giovedì 27 maggio 2010

Frankie & Johnny

Una classica canzone popolare americana, di cui non esiste versione definitiva. Elvis la cantava, interpretando la parte di Johnny, in un celebre musical del 1966. La storia, che pare essere tratta da un fatto di cronaca, anch'esso diffuso in più varianti, cambia a seconda di chi la interpreta. La versione che piace a me però è questa: lui la tradisce, lei gli spara. Una, due, tre volte.
He was her man,
but he was doing her wrong.
Nel 1987, la canzone ispira uno spettacolo di Terrence McNally, Frankie and Johnny in the Clair de Lune, che nel 1991 diviene un film con Al Pacino e Michelle Pfeiffer, intitolato più semplicemente Frankie & Johnny. In Italia viene presentato nelle sale come Paura d'amare, poiché probabilmente in pochi avrebbero colto il legame con la canzone, che non appartiene alla nostra tradizione musicale, e quindi è praticamente sconosciuta.
Il film, comunque sia, arriva in Italia, e diviene uno dei preferiti di mia madre, e, come da regola, mi viene passata la staffetta.
Dopo aver scoperto eMule, l'ho rivisto spesso. Anzi, in questo periodo costantemente. Ed è curioso vedere come cambino le mie reazioni a seconda dell'umore, specie alla frase di chiusura, "per sempre e malgrado tutto". Nella vita reale non si può credere ad una cosa del genere, anche se viene quasi da sperarci. E poi, Al Pacino ha un fascino irresistibile.
Adesso sono fermamente convinta che se si ha un VHS funzionante non serva avere un uomo, che le scarpe d'oro siano causa di eiaculazione precoce, che una patata scolpita, tinta di rosso e legata ad un gambo di sedano sia una rosa coltivata in cucina, che ci si possa prendere una cantonata per qualcuno che usi espressioni come "Con licenza parlando". Però continuo a chiedermi cosa mai Johnny abbia detto a Frankie al mercato dei fiori.

domenica 23 maggio 2010

Caduta di stile

Interessante vedere come alcune cose diano un totale, per quanto superficiale, senso di entusiasmo. Mi piace fare la superficiale, a volte. E' immediatamente gratificante, almeno finché riesci a non pensare ad altro. Non che possa funzionare alle lunghe, ma per la durata di un'uscita del sabato sera è più che sufficiente.
Per esempio, mi piacciono i miei leggins rosa fluo. Mi piace anche sgambettare in giro con quelli addosso, e dare l'impressione di avere avuto una rissa con un evidenziatore.
Quando vai in giro un'intera serata con qualcosa del genere addosso puoi anche evitare di farti troppe masturbazioni mentali, almeno finché non ti cambi.
La scorsa notte è stata una di quelle. E devo dire che ne avevo proprio voglia. Anche se non dura mai abbastanza.
Si è conclusa con una corsa verso la macchina, per evitare di prendere freddo, al suono di "ma perché dobbiamo sempre farci riconoscere?", e con una foto ad un sacco della spazzatura. Questo sacco della spazzatura:

Quando vedi un sacco della spazzatura e non puoi fare a meno di esclamare che ha una faccia, vuol dire che la situazione richiede una foto.
Penso mi servirebbero più momenti del genere. Di entusiasmo, insomma. Per le cose più nobili o più stupide, ma comunque entusiasmo.
Non dovrei aver necessariamente bisogno di leggins fosforescenti o di sacchi della spazzatura con la faccia per essere contenta. Dovrebbe essere una sensazione un po' più estesa, che riguardi più aspetti della mia quotidianità, e non solo l'eccezionale.
Si potrebbe dire, semplicemente, che è una questione di atteggiamento. E probabilmente, almeno in parte, è vero. Ma si potrebbero dire anche molte altre cose.
Si potrebbe parlare, per esempio, delle piccole cose che ci danno sicurezza. Dei gesti, delle parole, delle attenzioni. Di quello che si dà e di quello che si riceve. Dei propri spazi, degli spazi degli altri. Degli sforzi che vale la pena o no di fare.
Mi sento oltremodo retorica a fare certi discorsi. Retorica e ripetitiva. E polemica. E lagnosa. E, già che ci siamo, anche un po' rompicoglioni. Cose che mi scoccia profondamente essere.
Mi sento profondamente in colpa nei confronti di questo spazio, che temo stia precipitando a causa di questa mia clamorosa caduta di stile. E mi sento anche un po' in colpa nei miei confronti.
No, decisamente, non è qui che volevo arrivare.

venerdì 21 maggio 2010

...e l'altalena va giù

C'è un punto, uno solo, molto chiaro, a cui si riduce tutto questo. E ne abbiamo parlato, eccome se ne abbiamo parlato! Potresti immaginar perfettamente quello che sto per dire. Ma non lo farai.
Infantile trasformarlo in uno sfogo pubblico su un blog, sì, certo, infantile. Non c'è altro commento da fare, no? Ma vedi, c'è altro in realtà. C'è che forse ho bisogno di farlo questo sfogo, e ne ho bisogno adesso, in questo preciso momento, per evitare che quello che ho appena finito di mangiare mi si rivolti nello stomaco e si trasformi nell'insonnia di questa notte. E comunque, probabilmente non ti accorgerai neanche dell'esistenza di queste parole.
Non sono arrivata a questo punto per ritrovarmi da sola davanti a uno schermo, non una, ma centinaia di volte. Non ho cercato così faticosamente qualcuno per poi stare da sola. Specialmente adesso.
E in effetti, sai, forse così sola non sono. Perché ci sono persone, non qui presenti fisicamente né in questo né in molti altri momenti, proprio come te, che riescono comunque a tenermi compagnia, anche per pochi minuti. Che, qualunque sia il giorno della settimana, se hanno ne hanno voglia prendono il telefono in mano e fanno il mio numero, per il piacere di sentire una voce amica all'altro capo del filo. Per fare un sorriso dopo una giornata inequivocabilmente di merda, e cercare di scacciare per cinque fottuti minuti i brutti pensieri dalla testa.
Oggi voglio vivere senza rendermi conto.
C'è veramente una striscia di Quino per ogni cosa.
E, alla fine dei conti, stasera io sono qui. Sento tutto il peso del mio corpo, qui. E tutto il rumore dentro la mia testa. Qui. E sai, non ho proprio modo di mandarlo via in questo momento. Non posso non rendermi conto.
Questo spazio, questo stupido spazio nero su internet, a cui si può facilmente non fare caso, accidentalmente finisce col raccontare una storia, che può essere seguita da un osservatore esterno, mentre si svolge. E, sempre accidentalmente, questa storia parla di me. E' la mia. Io stessa l'ho scritta. E no, non ho fatto tutta questa strada per arrivare qui. Nemmeno volevo passarci di qui, non so veramente cosa io stia facendo. Qui.
E la cosa che mi lascia amaro in bocca più di ogni altra, è che so che non sono in grado di alzarmi ed andarmene, che tra sei mesi sarò ancora a questo punto, e starò ancora cercando di farmelo piacere. Ma credimi, non sarà così. Ma che vuoi farci, è un capitolo che ho già scritto una volta, aspetto solo che arrivi il finale. Te l'ho detto, non ho energia, non ne ho davvero. Aspetto che mi si stacchi la spina.
E tutte le cose, tutti i pensieri, tutte le migliaia e migliaia di parole che mi si stanno riversando nella mente, secondo dopo secondo, non ce la faccio, non posso spiegarteli. Condividere non è ciò che si fa con un link su facebook. E non è così immediato.
Per rispondere nuovamente alla tua domanda, sì, di ubriacature di parole si può vivere anche un anno, e si può credere che siano veramente ciò che conta. Ma questa sensazione ormai la conosco. Non mi sazia.
E ora, di' pure che sono infantile. Io qui ho finito.

Scritto dall'altalena che va su e giù

E' venerdì. Di nuovo.
Domani non mi devo alzare, domani non avrò nessun impegno particolare prima di sera. Posso dormire fino a mezzogiorno, all'una, alle due, alle tre anche.
Che ci faccio allora stasera, qui, da sola, davanti ad un pc-di nuovo?
Curioso come certe cose fatichino a cambiare. Curioso il significato di certe parole, anche. Curioso come ciò che a volte si dice possa significare tutto, o, più probabilmente niente.
Potrei non trovarmi qui, ora. Potrei, appunto. Ma ho scelto di fare di oggi un giorno esattamente come gli altri, per guardare ancora il mio umore che fa su e giù, senza alcun motivo apparente.
Comincio a trovare ironica questa situazione. Davvero. Il fatto è che ha perso completamente quella parvenza di senso che le era rimasta.
Diffido totalmente della mia capacità di prendere vere decisioni su tutto ciò che possa coinvolgere il sentimento. Sentimento.
Interessante. E' completamente dominato dal mio umore, e il mio umore è completamente dominato dai miei livelli ormonali. In pratica, quindi, i miei sentimenti sono dosati in una confezione di pillole. 28, per l'esattezza.
Ora potrei disegnare un grafico delle mie reazioni emotive, calcolarle, trasporre il tutto in uno schema, così da non far stupire più nessuno, da non essere più un rompicapo. Sempre che il capo si rompa.
Io continuerei comunque alla stessa maniera, non cambierebbe l'andare dei miei pensieri, né le sensazioni. Continuerei su quest'altalena, e le cose non si chiarirebbero, né ci sarebbero vere soluzioni.
Questo è ciò che mi è sempre maggiormente dispiaciuto del mio funzionare a cicli. A un uomo non potrai mai dire che è la sindrome premestruale.

mercoledì 19 maggio 2010

Scatto

Buio.
No, non esattamente.
Le serrande sono quasi del tutto chiuse, trapassa appena un filo di luce dai forellini. Luce gialla, mi pare. O più probabilmente arancione. Meglio arancione, mi piace di più. Io odio il giallo.
Non sento poi così caldo. Ma almeno non sto tremando.
M. suda, invece. Come quando dormiamo insieme. Io divento calda, e lui suda.
Suda, e mi rimane appiccicato alla pelle. E poi inizia a filtrare all'interno.
E' un odore strano. E' quello che rimane togliendo il dolciastro delle bombolette che si spruzza addosso, l'alone delle magliette sotto le ascelle e i calzini che camminano da soli. Fondamentalmente, è puro ormone.
C'è silenzio ora. O almeno, mi ricorderò di questo momento come di un silenzio. Uno di quelli buoni.
Mi fermo. L'occhio si posa per un istante sullo schermo spento del computer. No, non sullo schermo. Sull'immagine riflessa sullo schermo spento del computer.
Una sagoma quasi del tutto in ombra, schiena diritta, capelli raccolti, treccine e dreads che scendono sulle spalle. Nient'altro che pelle su tutto il corpo.
Va bene, un momento di puro narcisismo è concesso a tutti, anche solo per autocompiacimento.
"Aspetta,-dico-prova a spostare la mano... no, non così, aspetta, aspetta... ecco, perfetto! Verrebbe una foto perfetta! Non c'è mai un fotografo quando ne hai veramente bisogno!"
E forse, è anche meglio così.

martedì 11 maggio 2010

Odissea universitaria

Come alcuni di voi sapranno, capita di frequente che gli studenti del primo anno decidano di cambiare facoltà.
In realtà, gli unici a non sapere niente a riguardo sembrano essere i genitori, ma probabilmente solo per difficoltà pratiche.
Ad ogni modo, il fatto resta: non tutti hanno le idee chiare fin da subito. Basti pensare alla facoltà di architettura: quest'anno circa 1200 studenti, se le mie fonti sono esatte, hanno fatto il test d'ammissione, con soli 300 posti disponibili. Di questi 300, sempre in base alle mie fonti, circa due terzi si sono ritirati al primo semestre. Il che è tutto dire.
Questa breve introduzione è per dire, semplicemente, che io sono una dei tanti dalle idee confuse. Così da marzo ho smesso di frequentare l'università.
La mia intenzione non è quella di abbandonare definitivamente gli studi, ma, dal momento che non è possibile effettuare trasferimenti ora come ora, mi ritrovo in una fase di stallo.
Va bene, confesso che me ne son stata un po' con le mani in mano, e ho buttato via diverse giornate nella nullafacenza, ma probabilmente la maggior parte delle persone al mio posto avrebbero fatto lo stesso. In fin dei conti, il non fare niente piace un po' a tutti. Tuttavia, per quanto io abbia apprezzato il mio periodo di grattamento di pancia, sono ben consapevole che il tempo perduto vada recuperato in qualche maniera. Ed è qui che la mia storia ha inizio.
L'idea di partenza era informarsi sul come mettersi avanti per l'anno prossimo, in modo da partire bene, risparmiando sul tempo e, perché no, facendo contenta anche la mamma. Oltretutto c'era la questione della seconda rata di tasse, di ben 1400 euro, che volevo trovare il sistema per non pagare.
Ho mandato una prima email spiegando la situazione, e la risposta è stata di presentarmi personalmente in orario di segreteria per discutere la questione.
Ho effettuato una migrazione verso la mia segreteria, ovvero in viale Morgagni. Da casa mia raggiungere Morgagni non è questione di cinque minuti: dal momento che la segreteria apriva alle 3 e chiudeva alle 4 e mezzo, e che volevo arrivare un po' prima per prendere un numero decente, sono dovuta partire da casa mia col treno all'una, scendere a Santa Maria Novella, prendere un autobus ed arrivare lì alle 2 e venti. Con già più di dieci persone in fila prima di me, per consegnare delle tesi di biologia.
Giunto il mio turno, sono stata liquidata in cinque minuti: per non pagare le tasse devi effettuare la rinuncia agli studi, ergo gli esami che hai fatto saranno annullati e non potrai fare esami liberi nel frattempo, e tu vuoi farli, non è vero? Altrimenti i tuoi soldi andranno sprecati.
Morale: non potevo effettuare alcun trasferimento, dovevo sborsare 1400 euro, chiedere alla mia futura facoltà se mi avrebbero concesso la grazia di riconoscermi gli esami liberi e poi tornare in segreteria e vedere cosa mi avrebbero detto.
A questo punto è cominciata la seconda fase del mio piano: mandare email su email per scoprire se e cosa potevo effettivamente fare. Intanto i 1400 euro venivano pagati.
Le risposte alle mie email erano di una stupidità sconcertante. Alla domanda, posta tre volte e in tre forme sempre più elementari, "E' possibile fare esami liberi mentre aspetto per poter effettuare il trasferimento?" è stato risposto, ben tre volte e in tre forme sempre più seccate, "Non può dare esami presso questa facoltà dal momento che non vi è iscritta". Il che non aveva molto a che fare con la mia domanda.
Alla fine, ho deciso di informarmi sugli esami liberi a prescindere dal loro futuro riconoscimento. In fondo, imparare qualcosa non mi avrebbe fatto male, e almeno i soldi non sarebbero stati buttati del tutto nel water.
Così, ho mandato l'ennesima email alla segreteria, chiedendo informazioni a riguardo.
La risposta, o almeno la sua parte più rilevante, merita di essere copiata e incollata qui pari pari:
A questo punto le conviene fare la rinuncia agli studi, compilando un modulo in Segreteria con una marca da bollo e riconsegnando il libretto universitario e poi quando aprono le iscrizioni fare l'immatricolazione ad un'altra Facoltà.
Ovvero: ormai hai pagato, pazienza, fai la rinuncia agli studi.
Sul sito dell'università non sono riuscita a trovare uno straccio di informazione.
Posso dire che mi sento lievemente presa per il culo?

venerdì 23 aprile 2010

A proposito...

Ci hanno fatto credere in degli standard troppo alti. E non è una cosa che riguarda esclusivamente la nostra generazione: è sempre stato così, anche se con mezzi differenti.
Oggi noi abbiamo la televisione, il cinema e i romanzi rosa-e non solo. Prima c'erano le fiabe, le leggende, il movimento bohémien, l'impressionismo, il romanticismo, i poemi epici, lo stilnovismo. Tutto per raccontare-alla fine-una storia. Per vie dirette o traverse, si tratta comunque di questo.
Ci sono molti modi per dire una cosa. La versione primordiale è più o meno questa: lei se ne sta in attesa di essere salvata (in stato comatoso in una bara di vetro o su un letto di rose, nella torre di un castello, in una casa a pulire il focolare...) e lui arriva all'ultimo secondo con fare spavaldo e, dopo averle dato un casto bacio in fronte, se la porta via. E vissero felici e contenti.
Né gli uomini né le donne ci fanno troppo una bella figura in questa maniera. E poi, perché la bella principessa deve sempre essere salvata? Dove sta scritto che voglia sposarsi con un salame di principe azzurro, che tra l'altro, come ci dimostrano i cartoni della Dinsey, ha sempre una gran faccia di culo? E perché il principe dovrebbe salvare una che nemmeno conosce? Perché lei ha infilato la fettina in una scarpetta di cristallo, pure scomoda? No, non mi piace.
Ma capisco che queste sono puntualizzazioni da ventenne inacidita, e magari anche con la sindrome premestruale. Si tratta pur sempre di fiabe.
Gli stilnovisti hanno indorato la pillola ancora un poco, trasformandoci in donne angelo, pure e perfette, che scaturiscono luce propria. Donna come tramite tra l'uomo e Dio. E versi su versi in risposta ad uno sguardo scambiato con una donna già sposata a un altro, ma l'amore del dolce stilnovo è di natura diversa. Tant'è vero che Paolo e Francesca, i quali hanno osato consumare il proprio amore, sono stati piazzati direttamente all'Inferno.
Non si può gettare fango su un pezzo così importante della poesia italiana, e non lo farò. Ma forse credere in certe cose non aiuta a tenere i piedi per terra.
Si potrebbe andare avanti a lungo con questo elenco, e soprattutto passare intere giornate a parlare dei romantici, e quello in cui si sono-purtroppo-evoluti. Ma finirebbe per trasformare il tutto in una lista della spesa, per di più cinica.
Ciò a cui volevo arrivare è questo: crediamo che l'amore sia questo. Che la vita sia questo. Che ci sia, in qualche modo, una trama, per ognuno di noi, che siamo, come forse direbbe il grande Ariosto, un filo che disegna l'intreccio di un enorme arazzo, che va visto da una certa distanza per poter essere capito. Che ci sia un percorso preciso da seguire, chiaro, così come ci viene raccontato, e, come in una reazione chimica, bilanciando le parti si otterrà ciò che vogliamo così come lo vogliamo. Come se bastasse dire ti amo per essere amati, studiare per essere intelligenti, parlare per essere oratori. Non è esattamente così che funziona.
Quando ero molto piccola, pensavo, con assoluta certezza, che la vita fosse un film. Non come un film, ma un film. Non sarei morta. Semplicemente, arrivati al lieto fine, come vedevo nei cartoni animati, il film sarebbe finito. Tutto qui.
E sarebbe arrivato, prima o poi, il lieto fine. Succede sempre. E prima o poi sarebbe finita la parte introduttiva, in cui non succede niente, e sarebbe cominciata la storia vera.
Ci sarebbe stato un principe, probabilmente. Forse un castello, e sicuramente un cavallo bianco. [La mia risaputa avversione per i cavalli la sviluppai più avanti].
Poi cominciai a capire che non era come credevo, e per un motivo molto semplice: la storia era troppo noiosa. Insomma, a chi poteva interessare un film del genere, dove non succedeva mai niente?
Non era un film, e io dovevo morire. Forse senza il mio lieto fine. O con una conclusione alla Barry Lyndon. No. Non mi è mai andato giù.
Oggi penso a tutto questo, col naso gelato, mentre guardo fuori dalla mia finestra, oltre la tenda verde, e ascolto la pioggia. Aspetto ancora che succeda qualcosa, ma non lo spero più. Posso semplicemente fare la mia parte, non starmene con le mani in mano, e cercare di ottenere comunque qualcosa, anche senza una fiaba. E' questo quello che si può fare. Dare il proprio 100%. Anche se non garantisce nulla.
Se una cosa sembra troppo bella per essere vera, guardati intorno, perché probabilmente non lo è.
Io faccio quello che devo, e vorrei sperare di migliorarmi, un po' per volta, e di capire sempre qualcosa in più.
Eppure, non riesco a smettere di credere che qualcosa stia per arrivare. Ma forse si tratta solo del 2012.